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Una sera, a cena – di Andrea Bagni

Pubblicato da: autoriformadellascuola su: aprile 30, 2011

Una sera, a cena con amici non insegnanti, il tema della discussione diventa questo: com’è che voi della “sinistra radicale” non capite che oggi l’egualitarismo degli stipendi, il rifiuto della meritocrazia, sono roba di destra. La sinistra è per le liberalizzazioni e la valutazione del merito. Non è vero che non si possono valutare gli insegnanti: ci sono parametri e indicatori di qualità a sfare, usati in tutto il mondo – basta non pretendere la perfezione. Non capite che oggi chi domina la scena è l’individuo con tutte le sue differenze, non le masse o gli apparati. Dobbiamo lavorare perché ci siano parti opportunità di partenza nella gara, ma la competizione è il dinamismo moderno di cui abbiamo bisogno, soprattutto per i giovani. Insomma basta difendere i carrozzoni dove chi non lavora o fa schifo guadagna quanto chi si impegna e vale. Un giovane precario mi aveva già detto durante un cambio di ora che la salvezza della scuola sarà quando i dirigenti potranno scegliersi gli insegnanti e le scuole con gli insegnanti migliori avranno più iscrizioni e denaro. Allora i prof bravi saranno ricercati, quelli pessimi i saranno soprannumerari, altro che garantiti dall’anzianità.
Adesso arriva la sperimentazione della Gelmini: un mese in più di stipendio ai bravi, scelti da due prof del collegio insieme al dirigente e a un genitore “osservatore”. Come faranno a scegliere, chi sono i bravi?

Quella sera a cena sono rimasto un po’ così così, ma il tema esiste ed è importante.
Peraltro sono convinto da tempo che una certa sinistra novecentesca, masse-partito-stato bisogni materiali e uguaglianza come uguagliamento, sia roba superata da dimenticare al più presto. E penso che possa essere una festa abbandonare questa cultura di militanti come massa senza nome, di partiti chiese o eserciti disciplinati tesi alla conquista dello Stato. Ma la Tatcher diceva, non esiste una cosa come la società, esistono gli individui, e questo mi sembra ancora il pensiero della destra. Io penso che esistono le persone nella loro singolarità, ma esistono come tali nelle loro relazioni interpersonali, politiche e culturali. All’interno di un tessuto bene o male comunitario – con tutti i rischi che il termine comporta: di comunità chiuse, di appartenenze assolute, di guide gerarchiche, di religioni sacralizzate, separate dall’umano. E tuttavia non si è liberi fuori da relazioni, vincoli etici e affettivi, un tessuto civile e politico. Si è soli, impauriti e incazzati, in guerra col mondo. Magari è dinamismo, ma da giungla.
Qui, detto per inciso, forse è anche la nuova frontiera della dimensione politica. Per Obama come per Vendola. Rappresentare un orizzonte ancora di liberazione collettiva, inventare un linguaggio che tocchi i corpi e la vita delle donne e degli uomini, ma misurarsi con un deserto di corpi intermedi, con una polis spoliticizzata, con il rischio di lasciare sulla scena solo il leader e poi tutte le anime al seguito del carisma. Senza alcuna possibilità di esistenza politica collettiva autonoma. Nel mezzo allora resterebbero i vecchi apparati di (ex) partito, adesso comitato elettorale. E la sfera della rappresentanza sarebbe nelle loro mani. Non una bella cosa.
A me sembra che nodi del genere riguardino, in un certo senso, anche la scuola. Come politicità delle relazioni orizzontali.

Se penso a me stesso, lo sento il bisogno di un riconoscimento da parte degli altri, di essere valorizzato dal loro sguardo. L’idea di essere ingranaggio di una megamacchina burocratica e protetta dalla corporazione mi fa semplicemente orrore. Penso che la” contraddizione rivoluzionaria” oggi sia il lavoro creativo di donne e uomini, il loro desiderio di esistere in modo singolare, libero, capace di inventare la propria vita nel mare aperto della società esplosa. Però il mio desiderio di valutazione del merito è molto relazionale, diciamo così: i miei studenti (soprattutto ex studenti, con i propri è troppo facile o troppo difficile), i colleghi, i genitori con cui parlo e che mi raccontano. La società fluida e informale, ma non informe. Il dirigente scolastico tutto sommato mi interessa se è persona che stimo, cioè solo dentro una relazione che gli dà autorità. L’amministrazione, il ministero, c’entrano molto poco. Chi sa cosa ritengono che sia un buon insegnante e una buona scuola.
È vero tuttavia che l’istituzione può monitorare il sistema sulla base di dati oggettivi, indicatori statistici. Ed è vero che sarebbe utile. Che destino hanno lontano da noi, nel tempo, i nostri studenti. Qual è il loro percorso nella società e nel lavoro. Quali conoscenze hanno acquisito e applicano. Certo, la scuola è solo un segmento iniziale che fa parte di una storia molto più lunga. E ci sarebbero un mare di altre variabili non scolastiche da considerare, che fanno formazione e incidono sui destini. La misurazione del percorso professionale dei giovani, poi, non direbbe gran che sulla qualità del loro essere cittadini – vai a misurarla la cittadinanza. E nella valutazione dei singoli apprendimenti quante variabili da tenere presenti: condizioni sociali di partenza, famiglie, esperienze personali ed elementi biografici, conoscenze non prestazionali, capacità e competenze da misurare non si sa come. Insomma le solite obiezioni. Però gli amici mi direbbero, non c’è la perfezione dunque non si fa nulla? Peraltro è vero che quei dati sarebbero utili informazioni su cui ragionare, e sono raccolti ed elaborati in tutta Europa – anche se non è chiarissimo quanto servano a produrre una formazione migliore. Ha scritto Bottani anni fa che negli Stati Uniti i test sulle conoscenze hanno sviluppato la capacità di superare i test, non le conoscenze.

Il guaio è che su queste costruzioni statistiche necessariamente imperfette e incerte, si vogliono costruire non solo interventi di sistema, ma gerarchie, carriere, differenziazioni stipendiali. Quelle sì solide e certe. Sarebbe un disastro perfetto. Perduta la coscienza del limite di quelle valutazioni la scuola distruggerebbe la sua dimensione di professionalità collettiva. E il valore dell’individuo finirebbe per essere declinato tutto nella forma dell’individualismo, della competizione di mercato – per la scuola uno strano misuratore: le famiglie dei clienti correrebbero tutte a scegliere la scuola migliore con gli insegnanti migliori od ognuna la propria scuola?
A me tutta questa roba continua a sembrare molto triste. Possibile che non si riesca a pensare una valorizzazione di sé, del proprio lavoro, che passi attraverso la collaborazione e non la competizione. Possibile che l’unico riconoscimento sociale che si immagina sia un qualche premio personale in busta paga – o fuori busta, come fa il privato che ama soprattutto la fedeltà, altro che il merito: domandatelo a Marchionne, quando non è in televisione. Quando penso a me stesso, sarò un po’ scemo ma mi sembra non mi interessi gran che una gerarchia o un privilegio di stipendio. Anzi, quella roba lì (se non condivisa) mi allontanerebbe da quelle/i da cui vorrei essere riconosciuto. Magari è un po’ infantile ma mi piacerebbe qualcosa come una comunità scientifica, di pari, modello quella che si manifesta nelle penne stilografiche che in fila i colleghi di Nash in A beautiful mind gli appoggiano sulla scrivania. E lui è uno sconfitto della competizione. Sognare per sognare, quello almeno è un bel sogno.
Se l’orizzonte della moderna sinistra risolve il tema della libertà in liberalizzazione e della qualità nel mercato – e non in liberazione, relazione, comunità aperta di differenze e partecipazione; se le scuole si valutano con l’Invalsi e la concorrenza, allora mi sembra che siamo messi maluccio. Già anni fa sul Sole24ore, ai tempi di Berlinguer, Giorgio Allulli scrisse chiaro che non conta se questa roba della competizione e delle carriere serve alle scuole, conta che arrivi agli studenti il messaggio giusto: che così funziona il mondo.
La speranza è che altre valorizzazioni crescano. Che la creatività del lavoro e della vita trovi per conto suo un’altra misura, relazionale e collaborativa, per esistere resistere. E per crescere.

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Differenza, differenze e nessuna linearità – di Anna Maria Piussi

Pubblicato da: autoriformadellascuola su: gennaio 3, 2011

Differenza, differenze e nessuna linearità

Ringrazio Vita per la sua sempre viva attenzione al presente e alle sue contraddizioni, che con la sua intelligenza ci aiuta a vedere e su cui ci invita a far leva per tener aperti spazi all’agire politico. Ho letto con interesse il suo testo “Scontri a Roma”, e mi ci sono ritrovata. Per fortuna la violenza sembra essere stata messa da parte nelle ultime manifestazioni studentesche, quelle che hanno coinciso con i giorni di (questa sì violenta) discussione in Senato del ddl Gelmini, con l’azione repressiva e l’arroccamento autodifensivo del nostro governo. Vita ha toccato una questione importante: quella di una differenza maschile che pare incapace di sottrarsi al gesto distruttivo o all’istinto di agirlo, anche quando si fa soggetto consapevole di una protesta tesa ad affermare, ad esprimere, e non tanto o solo a “lottare contro”. Purtroppo è vero che le modalità guerresche attirano il sesso maschile, e non solo tra le persone giovani. Arriva in questi giorni ad alcune/i di noi docenti universitari/e di Verona il messaggio augurale per un “felice e combattivo 2011″ da un collega, amico e da molti anni compagno di iniziative politiche (anche di politica prima), accompagnato da un una cartolina dell’ANPI, in cui spicca, accanto a un noto scritto di Gramsci sugli indifferenti, l’immagine di alcuni combattenti partigiani della Brigata Garibaldi con armi in pugno. E di lì a poco un altro collega invia in risposta una mail che rilancia l’intenzione di resistere combattendo nello stesso spirito. Irriducibile differenza maschile? Solo in parte, credo. Forse piuttosto un allentarsi di relazioni politiche capaci di dare una misura diversa.
Ma Vita apre anche la questione più importante per noi, quella delle donne giovani e meno giovani che si trovano senza parole, senza mediazioni, di fronte alla piega violenta presa dalle proteste. Mi piace pensare, ma non lo so, che prima del 22 dicembre, giorno delle manifestazioni pacifiche, la parola delle ragazze e delle ricercatrici si sia fatta sentire per negoziare con saggezza all’interno del movimento altre modalità, civili, ironiche, spiazzanti e non distruttive di protesta, fino all’incontro con Napolitano. E la mobilitazione ha assunto la forma della schivata. Aggirato il pericolo del corpo a corpo con le misure repressive ed evitata la trappola del relativo dibattito pro o contro, destra o sinistra, la mossa vincente, che ha dato ai protagonisti della protesta la piena dignità di interlocutori politici, è stata quella di rivolgersi al capo dello Stato, istanza istituzionale, ma, a differenza di altre, disponibile all’ ascolto. Dunque un incrocio tra politica prima e politica seconda, per stare alle parole dell’intervento di Wanda. Probabilmente sì: e a un livello alto, non tanto per la posizione del presidente ma per come in questi anni egli ha personalmente incarnato, nonostante tutto, un simbolico altro rispetto all’umiliante politica corrente.
La rivolta sacrosanta dei nostri figli e figlie, studenti e studentesse, mostra – non solo in Italia ma in tutto l’Occidente – molta determinazione a continuare, e noi con loro. Dall’inizio hanno saputo tenere insieme nella loro attenzione critica e propositiva il vicino e il lontano, il presente e il futuro, l’università come luogo più prossimo e i modelli di vita e di convivenza più generali, non più sostenibili e mortiferi. Questa rivolta, oltre a vedere fianco a fianco giovani donne e uomini, ha diverse anime, motivazioni, movenze, molte differenze: ma un tratto dominante mi sembra comune, il partire da sè e la pratica delle relazioni. Proprio quello che abbiamo chiamato politica prima. Eppure ho visto segnali della loro voglia e capacità di non sottrarsi al confronto con la politica seconda, in alcune occasioni anche da una posizione di signoria, come persone giovani che si riconoscono intelligenza, competenza, desiderio e capacità di esserci, e idee da offrire a tutti per un mondo diverso. Un esempio è il recente incontro con Napolitano. Un altro è, nel caso della mia università, la conferenza di Ateneo di due anni fa quando Rettore e vertici del corpo accademico hanno dovuto fare un passo indietro di fronte alla determinazione al confronto e alle parole autorevoli di studentesse e studenti dell’Onda, sostenuti da molti docenti. Come se l’amore per l’università (e, ancor più direi, per il primum vivere), tradotto in gesti politici concreti, avesse prevalso su una politica autoritaria e umiliante mascherata da governance della modernizzazione e sui rapporti di forza a senso unico.
Condivido molte osservazioni contenute nel testo che Wanda ci ha inviato, ma altre meno, probabilmente perchè il mio osservatorio è un altro, e in questa differenza non c’è nulla di male. Colgo anzi l’occasione per proporre uno sguardo articolato, non lineare, su quello che sta avvenendo e che potrà avvenire anche con il nostro contributo di donne coinvolte nella politica della differenza. Penso infatti che quella che abbiamo chiamato politica prima per sua caratteristica sia multiforme e creativa, non segua un unico schema. E non sono così sicura che il movimento (movimenti?) delle/degli studenti si attesterà sulla forma esclusiva delle assemblee e delle grandi manifestazioni collettive. Perciò si può creare uno spazio politico in cui forme diverse coesistono e si riafforzano reciprocamente, a partire dai desideri e dalle necessità (anche dalla peculiarità delle singole sedi) di chi vi partecipa. Come del resto è avvenuto finora, in tre anni di mobilitazione.
E vengo alla preoccupazione di Wanda da me avvertita come più problematica: il suo riferimento alle amiche di Diotima “latitanti” dalla politica “non ornamentale”. Abbiamo avuto una breve occasione di discuterne, come Wanda ha ricordato, nell’ultima runione di Diotima, pochi giorni fa. Un’occasione che va ripresa data la sua importanza. Ma rispondo già a questa sua preoccupazione facendo notare che nella nostra università di Verona (e non solo) sono accadute cose importanti in questi anni, e alcune proprio per iniziativa di donne della politica della differenza, che hanno portato avanti, in contingenze storiche mutate e con altre modalità, lo spirito e le pratiche dell’autoriforma, insieme con donne e uomini, giovani e meno giovani. Perchè il desiderio di politica è presente, e alcune più di altre lo sentono come un elemento necessario per vivere, per non limitarsi a sopravvivere, e lo traducono in esperienza quotidiana e diretta.
Dunque, mentre accolgo e rilancio l’appello di Wanda di continuare a far politica con le/gli studenti anche a ddl Gelmini approvato, assumendo quest’ultimo come occasione non esaustiva di rinascita della politica, invito Wanda a ri-conoscere il filo di continuità non lineare nella presenza politica di alcune di noi all’università. Penso alle iniziative di Federica Giardini con le studentesse/i di Roma3 (es. il seminario autogestito permanente, ma non solo) che si sono intrecciate con i momenti assembleari e collettivi portandovi il segno della differenza sessuale. Ma penso anche alla piega assunta dal movimento delle ricercatrici/ori di Verona, che per merito di alcune che condividono la nostra politica (Tonia De Vita, Federica de Cordova, Anna Paini…) ha saputo dar vita a relazioni che prima erano assenti, creare confronto da esperienze e visioni diverse, consapevolezza allargata della posta in gioco, che non riguarda solo i destini dell’università italiana, e ha trovato forme alte di mediazione con le istanze istituzionali, in particolare in alcune Facoltà, segnando una discontinuità tra prima e dopo di cui non si potrà non tener conto. E se alcune, come Chiara, previlegiano gruppi più ristretti di discussione/elaborazione, non per questo si tratta di gruppi autoreferenziali e chiusi, ma luoghi di condivisione politica di lunga data con studenti ed ex studenti di entrambi i generi da cui scaturisce un pensiero trasformativo che si porta ovunque. Anche per quanto riguarda me sento che la domanda di Wanda: dove eravate? non mi corrisponde. Ci sono stata e ci sono in molte occasioni (la grande manifestazione cittadina dell’ottobre 2008, le lezioni in piazza, le assemblee di Facoltà, le assemblee di Ateneo dei ricercatori, i miei numerosi interventi nei Consigli di Facoltà, nel corso di dottorato, nelle relazioni faccia a faccia con colleghe e colleghi, ecc…) anche se non in tutte. E qualche occasione politica l’ho creata, con altre e altri, ad es. il seminario “Come abitare l’università. Donne e uomini nell’università del presente” (Verona, febbr. 2009), in cui eravamo presenti in molte di noi, insieme con le colleghe e amiche spagnole, a confrontarci con colleghi uomini e alcune studentesse. Devo dire che il bisogno di fare politica all’università si è fatto più forte per me negli ultimi dieci anni, da quando cioè hanno cominciato a sentirsi nella vita di ogni giorno gli effetti delle riforme note come “Bologna Process” , che il nostro governo di centro-sinistra (Berlinguer ministro) con grande zelo ha imposto al nostro paese, primo tra i paesi europei. E’ da tempo che nei miei corsi ne discuto con studentesse e studenti, invitandoli a una presa di coscienza singolare e collettiva a partire da sè e in relazione. Ed è da tempo che mi occupo dell’università anche nella ricerca proprio perchè lo avverto come un problema che mi coinvolge esistenzialmente e politicamente. Non disgiungo la ricerca dalla politica e dalla vita. E in questi ultimi quattro anni, raccogliendo e analizzando materiale anche internazionale per portare avanti con alcune amiche spagnole (Remei Arnaus, Milagros Rivera, Elisa Varela, Laura Mercader…) e italiane (Chiara, Tonia) una ricerca dal titolo “Ser universitarias-Essere universitarie nel presente” il cui primo libro è uscito da poco in Spagna (Universidad fértil), mi sono resa conto dei forti legami esistenti tra quel che (ci) accade in Italia e quel che accade nel resto del mondo. Il modello Bologna process (aziendalizzazione e mercantilizzazione delle università…) si sta infatti imponendo come modello unico a livello globale, e globali sono le resistenze e le critiche a questo modello da parte di docenti e soprattutto da parte di molti studenti, dagli Usa a vari paesi europei e anche a paesi non occidentali (per fare un esempio, ho letto un recente articolo su una rivista internazionale, che analizza “the marketising nature of higher education in contemporary Bangladesh”, le resistenze al neoliberismo nell’educazione superiore, la nascita di diversi gruppi politici nelle università anche di quel paese). E non si tratta solo dei tagli finanziari, anche se questa è la misura più percepibile, che colpisce subito e direttamente il diritto allo studio dei giovani e le possibilità di libera ricerca e insegnamento dei docenti. Uno sguardo più ampio e articolato permette di capire l’entità della posta in gioco, la connessione tra le forme attuali o auspicate di produzione/trasmissione culturale e i modelli mondiali di sviluppo (selvaggio) neoliberista che accentuano le disuguaglianze e non portano alcun progresso. Di questo molte/i giovani (forse più loro che noi) hanno preso coscienza e stanno nascendo alla politica per difendere un’altra idea di civiltà, e non solo in Italia. E’ una buona notizia, e un’occasione forte e in più per noi, come giustamente nota Wanda.
Un’altra buona notizia l’ho trovata in questi giorni a Berna (CH), da dove vi scrivo. Nel periodico dell’Università di Berna, che leggo saltuariamente, trovo un articolo dal titolo “La riforma della riforma di Bologna”. Più che un articolo, la trascrizione di uno confronto tra Il Prorettore e una studentessa del Studentinnneschaft (organizzazione delle studentesse) di quella Università, da cui emerge la comune determinazione ad arrestare il modello di Bologna introducendo cambiamenti a livello di ateneo. Le proposte della studentessa, Anna Leissing, mi hanno particolarmente colpito. Analizza con molta finezza a partire dalla sua esperienza i guasti del nuovo modello, ad es. la modularizzazione degli insegnamenti, la cultura della ipervalutazione, la quantificazione della qualità, la piega mercantilistica dell’istruzione superiore e della sua cultura, la velocizzazione degli insegnamenti/apprendimenti, ecc., tutte cose a noi note. Ma ciò che mi ha colpito sono le proposte. Dal momento che anche in un paese ricco come la Svizzera, che pure investe molto nella ricerca, l’80% delle/degli studenti lavora per pagarsi gli studi e/o si occupa del lavoro di cura, in contraddizione con le nuove regole che vogliono lo studio a tempo pieno, spesso l’obbligo di frequenza, e comunque percorsi veloci alla laurea, lei difende invece l’idea della libertà dei percorsi di studio secondo tempi appropriati a ciascuna/o, senza che il “ritardo” si trasformi in stigma sociale (“studiare con lentezza”?). Ha colto nel segno quando, mentre da un lato propone investimenti maggiori in borse di studio (non prestiti d’onore!), dall’altro chiede con forza di tener conto della vita nella sua complessità, che è fatta anche per le persone giovani di impegni diversi, tra cui non secondario – più per le ragazze che per i ragazzi – il prendersi cura di altri. Contro una visione efficientistica della società e della vita stessa, da lei dichiarata “pericolosa”. In questo vedo una differenza femminile parlante e ragionante, protagonista di una visione che ora sembra accolta da quel ateneo con la costituzione di un gruppo di lavoro misto avente il compito di entrare nel merito delle questioni più rilevanti per la qualità della vita (non solo) universitaria di studenti e docenti e di trovare soluzioni condivise. E’ un pezzo del fare politica, certo non l’unico, che si apre, pare con successo, alla contrattazione con le istituzioni.
Non mi risulta che nella nostra Università si sia mai discusso e contrattato seriamente sulle novità introdotte negli ultimi dieci anni a livello di organizzazione degli studi, dell’offerta formativa, della qualità umana e simbolica di ciò che proponiamo agli studenti e a noi stesse/i. Ci siamo limitati, nonostante alcuni mugugni, ad applicare le normative imposte dall’alto, anche quando erano visibili e agibili spazi di libertà e di contrattazione. Il mito dell’efficienza, la fretta di procedere per non restare indietro come singoli, come corsi di laurea e facoltà, hanno messo a tacere altre possibilità che pure sta solo a noi percorrere, insieme alle/agli studenti più consapevoli, andando oltre, non contro, le regole. In questo concordo con Wanda quando ci chiede più coraggio di uscire allo scoperto con una politica che già è nostro patrimonio, da agire, propongo io, anche incrociando senza timori da una posizione di autorità simbolica la politica istituzionale per sottarle terreno e metterla alle strette nelle sue contraddizioni non oltre sopportabili.

Anna Maria Piussi
Università di Verona, Diotima

29/12/2010

Nel movimento degli studenti le studentesse ci sono, eccome! – di Wanda Tommasi

Pubblicato da: autoriformadellascuola su: gennaio 3, 2011

Nel movimento degli studenti le studentesse ci sono, eccome!

Intervengo sulla questione della protesta degli studenti contro il DDL Gemini sull’università, tema su cui ha avviato una prima riflessione Vita Cosentino. Vita lamenta l’assenza della parola di donne in questo movimento. In parte è vero, ma solo in parte: io stessa, che lavoro all’università e che mi sento personalmente molto coinvolta in questa protesta, non ho preso la parola pubblicamente sui giornali.

L’ho fatto però, e in questo mi aveva preceduto Federica Giardini, al grande seminario di Diotima di quest’anno, Lì dicevo che attualmente sento minacciato il mio desiderio di fare bene la ricerca e l’insegnamento nell’università da questa riforma distruttiva e dai tagli ai finanziamenti agli atenei pubblici. Dicevo anche, e lo ribadisco qui, che, in queste condizioni di desiderio minacciato, nasce in me, che pure non amo la politica come tale, un bisogno di politica: che ci sia politica là dove sono, nell’università, e non altrove, e politica non fra sole donne, ma fra donne e uomini.

Seguendo nella mia piccola università di Verona, passo dopo passo, in assemblee spontanee, in momenti di discussione con gli studenti, in manifestazioni varie, ho visto che non solo fra i ricercatori, in prima linea nella lotta, ci sono molte ricercatrici, ma anche fra gli studenti che protestano e che cercano di fare politica quotidianamente ci sono molte studentesse.

In queste manifestazioni spontanee ho visto rinascere la politica prima, un desiderio di politica come scambio vivo fra persone: una politica opposta alla politica seconda, quella che si fa nelle istituzioni e che ha dimostrato un inqualificabile disprezzo verso il moto spontaneo degli studenti e di gran parte del corpo universitario.

Un solo episodio fra tutti quelli a cui ho assistito recentemente nella mia università è eloquente: in un’assemblea spontanea, non autorizzata, che si svolgeva nei corridoi – infatti, il nostro rettore non ha concesso un’assemblea di ateneo che era stata richiesta con 2317 firme di studenti e docenti – ho visto che, mentre, in un piccolo gruppo di studenti del “blocco studentesco”, teste rasate di destra, picchiatori fascisti si sarebbe detto ai miei tempi, non c’erano studentesse, se non una, rappresentante eletta negli organismi istituzionali, invece nel numeroso gruppo di studenti che si sono dati il nome “studiare con lentezza” c’erano moltissime studentesse, in prima fila, che prendevano la parola più volte. La loro presenza era garanzia di voglia di politica e di non violenza.

Certo poi, quando, come nella manifestazione di Roma del 14 dicembre, la violenza ha la meglio, le donne scompaiono, non si vedono più, così come accadeva quando io stessa, che ho partecipato alle manifestazioni degli anni settanta, scappavo quando vedevo che si cominciavano a tirare sanpietrini contro la polizia. E non per mancanza di coraggio, ma per un intimo dissenso.

Certo, Verona non è Roma, è una piccola università di provincia e qui la protesta ha preso forme civili, democratiche, mai violente, ironiche e creative: ho apprezzato l’ironia degli studenti, il loro tocco leggero, li ho ascoltati molto. Le ho ascoltate molto, le studentesse. Trovo che siano belle, belli: hanno davanti un futuro di precariato a vita, sono costretti come polli in batteria ad accumulare crediti, senza avere il tempo di pensare. Questo tempo se lo stanno prendendo ora per fare politica, la politica prima: il DDL Gemini è solo un’occasione per dire la loro angoscia per un futuro di precarietà e per denunciare le molte cose che non vanno nell’università così com’è attualmente, ma anche per difendere l’istruzione pubblica, statale, un loro sacrosanto diritto.

Mi sono commossa ieri sera vedendo la manifestazione a Roma del 22 dicembre: mi sono commossa quando ho visto che il presidente della repubblica Napoletano ha ricevuto una delegazione di studenti. Loro portavoce davanti alle telecamere televisive era una studentessa: quando la violenza non ruba la scena e non toglie la parola a chi ha qualcosa da dire, le donne ci sono, eccome.

Non ho visto donne invece, non ho visto le amiche di Diotima, alle numerose manifestazioni studentesche nella mia università: dov’erano, dove eravate?

Eppure dite di amare la politica: ma quale? Quella che si fa in luoghi separati di sole donne o anche di donne e uomini, ma da un’altra parte, in piccoli gruppi in cerchie ristrette? Io questa politica non la voglio più fare, non ora, non in questo momento in università, quando sta rinascendo la politica prima e voi non la volete o non la sapete riconoscere. Quella che voi ritenete sia politica delle donne in questo momento io la chiamo “politica ornamentale”: un abbellimento della realtà, in fondo superfluo, un trovarsi in cerchie ristrette per darsi ragione a vicenda, un rifuggire da un confronto più ampio con chi non condivide o non sa nulla delle nostre pratiche.

Di questo, ho parlato all’ultima riunione di Diotima e la mia rabbia contro le amiche, latitanti dal movimento studentesco e universitario, si è un po’ acquietata solo quando ho visto che anche altre colleghe e amiche, in modi diversi, avevano a cuore le sorti dell’università e dei nostri studenti. E’ vero che il movimento studentesco attuale predilige le assemblee e le manifestazioni, non lo scambio in piccoli gruppi come era stato invece nel movimento dell’onda: forse alcune di noi non si trovano a loro agio con queste pratiche politiche, ma gli studenti e le studentesse del 2010 hanno scelto queste forme politiche – oltre ad altre molto creative – e io lì ci voglio stare.

Negli ultimi tempi, ho parlato agli studenti in un paio di occasioni: ho detto loro di non farsi rovinare il loro movimento, che è bello, dalla violenza di pochi; e ho detto alle colleghe ricercatrici e ai colleghi ricercatori che il potenziale politico che c’è in questa protesta non deve andare perduto, è un’occasione di rilancio della politica nella parte più giovane e sana del paese.

Continueremo a fare politica insieme anche dopo che sarà passato – se passerà, forse oggi, temo – il DDL Gemini sull’università: perché le ragioni del movimento sono ben più ampie della protesta contro una riforma dell’università, sia pure sciagurata e distruttiva come quella attuale.

L’università così com’è ora non è difendibile, lo so bene, è in gran parte un sistema clientelare inaccettabile: l’autoriforma dell’università aveva aperto a suo tempo uno spazio per la parte migliore dell’università, uno spazio che nel frattempo si è rinchiuso. Oggi, questo spazio si sta riaprendo grazie soprattutto agli studenti, alle studentesse. Cogliamo l’occasione per esserci, per spendere l’esperienza di pratiche politiche che abbiamo guadagnato in tanti anni di femminismo al loro fianco. Altrimenti, l’esperienza politica che abbiamo accumulato nel movimento delle donne rischia di essere sterile e autoreferenziale.

Wanda Tommasi
Diotima
Università di Verona

Scontri a Roma – di Vita Cosentino

Pubblicato da: autoriformadellascuola su: gennaio 3, 2011

ROMA

Non vogliamo lezioni da Saviano, né tantomeno da chi c’era negli anni ‘70”, dicono gli studenti e i ricercatori che rivendicano a opera loro, e non di infiltrati, la violenza rabbiosa che è scoppiata a Roma il 14 dicembre. Se ne discute molto in questi giorni, ed è bene che sia così, ma colpisce che il dibattito è quasi esclusivamente tra uomini: più giovani e anche giovanissimi e più vecchi.

Io sono una donna (abbastanza vecchia) e voglio intervenire non per dare lezioni. Spero che accettino che venga loro fatta presente questa contraddizione: in tutto il dibattito di questi giorni sulla violenza manca la voce femminile. Pure i movimenti della scuola e dell’università sono pieni di studentesse e di ricercatrici attive e creative e penso che tante proposte, tante idee e parole di queste settimane di movimento siano venute da loro. Fino al giorno prima parlavano, poi sul crinale dei bancomat presi d’assalto e di macchine incendiate il filo che teneva assieme il dialogo donne/uomini nel movimento si è interrotto: gli uomini parlano e rivendicano (non tutti) quelle modalità guerresche, le donne (in gran parte) tacciono, non trovano mediazioni per quel che avrebbero da dire. Non c’è più spazio per quel che vorrebbero fare. Anche questa è una prevaricazione. Quelle che fino al giorno prima erano compagne di lotta, interlocutrici privilegiate, sono azzerate completamente.

Conosco di persona la contraddizione rappresentata dall’esplodere della violenza. Comincio a parlarne io e spero che parecchie altre, soprattutto studentesse e ricercatrici, si mettano anche loro a farsi sentire. Ognuna per quello che ha da dire per quello che sa e che sente.

Da giovane ho fatto il ’68 e quell’anno gli scontri con la polizia erano pane quotidiano, anzi c’era chi teorizzava che più botte prendevamo noi studenti, più ci cresceva la coscienza. Io, però, per parte mia non sono mai riuscita a tirare un sampietrino. Ero sempre lì in piazza con gli altri perché di rabbia ne avevo dentro veramente tanta e volevo cambiare il mondo, ma a passare all’atto proprio non ci riuscivo.

Ho sentito a Radio Popolare sulle violenze a Roma un microfono aperto che dava parola solo a giovani, per capire. A un certo punto ho telefonato Gabriele (24 anni) che ha detto: “Meno male che non c’ero a Roma e a Genova, perché mi scatta l’istinto e avrei partecipato agli scontri. Di fronte a ingiustizie così forti mi schiero dalla parte dei più deboli”. Colpiscono le sue parole perché c’è un barlume di consapevolezza maschile. Sa di avere dentro una bestia feroce, lo chiama istinto. Sa che gli scatta dentro una aggressività che forse ora non vuole più neanche lui.

Di fronte a ingiustizie sociali ormai inaccettabili quello che capita oggi a Gabriele è l’esatto opposto di quello che capitava a me. Lui, giovane maschio, sa che passerebbe subito all’atto, e non trova altra mossa se non non andare, non mettersi nella situazione, ha paura di se stesso. Io andavo e morivo di paura ogni volta per stare in una situazione che non mi corrispondeva in nulla. Poi ho capito e sono andata via e lì è cominciata la mia politica nel femminismo.

In attesa delle manifestazioni previste per mercoledì, giorno del passaggio della legge Gelmini al senato, stiamo assistendo alla solita escalation maschile: il sindaco di Roma dichiara che militarizzerà la città, Maroni propone di estendere ai manifestanti i provvedimenti contro gli ultras del calcio, anche loro tutti rigorosamente maschi; quelli di sinistra rinfacciano al primo di essere stato un picchiatore, al secondo di essere stato condannato per resistenza a pubblico ufficiale. Ma è tutta la stessa zuppa.

Il gioco può cambiare solo se il confronto parte dalla consapevolezza della propria differenza, dalla consapevolezza che si è una parzialità e non il tutto, per trovare inedite mediazioni che permettano di rimanere due, donne e uomini, anche nella rabbia.

La rabbia di questa generazione che si affaccia alla vita adulta in condizioni così difficili è più che giusta, ma come farci i conti perché possa durare e trasformarsi da mortifera in vitale?

Su questo mi piacerebbe che si aprisse il dibattito, cioè sulle forme efficaci della lotta politica. Nessun dibattito sull’uso della violenza perché con questa è andato perduto il credito guadagnato in questi mesi da un movimento di uomini e donne.

Vita Cosentino
Libreria delle donne di Milano

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